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Il lavoro più bello del mondo
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“Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”..ma dopo viene un mondo intero da scoprire!

Parliamo del lavoro più bello del mondo. Lo è perché è uno dei pochi mestieri (uso un termine nobile) che è il risultato di una equilibrata, e a mio avviso magica, miscelazione tra capacità commerciali/relazionali e specifiche competenze professionali.

In queste righe, dedicate ad uno scambio di idee e di esperienze con chi sia interessato per professione o per circostanza alla “giostra del mattone”, questa volta non voglio toccare argomenti tecnico-giuridici, dei quali abbiamo riscontro quasi giornaliero. Voglio parlare invece proprio del primo aspetto, quello che chiama in campo attitudini fondamentali come la capacità di relazionarsi, ascoltare, comprendere le specifiche esigenze..e soprattutto “trasmettere” i segnali giusti dopo avere ben recepito quelli altrui. La cosa davvero unica sta nel fatto che quella che appare una dicotomia (calda interazione e fredda tecnica) è, di fatto, una perfetta fusione che costituisce “una Professione con la P maiuscola”.

Ciò detto, mi permetterete (tanto non potete fare altro) di condurre l’attenzione su aspetti vagamente filosofici, come la necessità di comprendere il proprio simile e la capacità di farlo con piacere. Quindi, introspezione e felicità. E scusate se è poco..due aspetti che costituiscono forse il 99% del giusto approccio all’esistenza. Per approfondire il primo dei due aspetti, andrò sul “personale”, il mio naturalmente. La vita, prima di iniziare questa bella attività e probabilmente prima della piena maturità professionale, contemplava per il sottoscritto un atteggiamento abbastanza comune a tutti coloro che vanno di corsa per divorarsi la vita..soprattutto se giovani e, come tali, concentrati su se stessi.

E mi spiego.

Sono consapevole del fatto, acclarato, di essere un anziano e, conseguentemente, un anziano professionista.
Tralasciando l’aspetto fisico, sebbene consapevole di essere oggi ancora più bello rispetto alla già buona produzione paterna (noi maschi di famiglia nasciamo tutti dai nostri padri per partenogenesi), mi soffermo un momento sugli effetti di tale vetustà sulla predisposizione a voler conoscere i miei simili (ove ve ne fossero).

Quando avevo 30 e anche 40 anni di meno ero comunque incuriosito dalle altre esistenze, ma non facevo altro che recepire quello che “a pelle” mi veniva trasmesso, elaborando un’opinione per- sonale (non discutibile) che automaticamente collocava il soggetto in questione nella sfera di quelli che mi piacevano o di quelli che non. Oggi mi accorgo che, nonostante me, la mia applicazione alla socializzazione si è trasformata ed evoluta. Il mio filtro è diventato molto più complesso.

Questo perché dopo la sua prima applicazione, ove non risulti un individuo della numerosa categoria degli invisibili, ne consegue subito una seconda con maglie molto più strette ed un’attenta opera di setacciatura. E qui viene la parte più interessante, su cui troverebbe nuova applicazione la disciplina prossemica di Edward Hall, per come nel tempo io abbia potuto mutare così drasticamente e inconsciamente la struttura dei miei microspazi.

Mi rendo conto che il meccanismo mi viene dettato, in primis, da un’esigenza personale e non dalla convenienza o meno di approfondire certe peculiarità ai fini professionali ma le due cose sono legate a doppio filo, poco importa quale sia la scintilla. Io ho necessità di sapere chi ho davanti. Che persona è quella che ho incontrato. Più profondamente possibile. Una vera e propria introspezione con attenzione all’intero impianto della risposta, oltre il contenuto, partendo dallo sguardo e per finire con la stretta della mano.

E nell’identificazione del mio interlocutore provo beatitudine (def: stato di assoluto benessere dello spirito), sia che si tratti indiscutibilmente di una bella persona che, diversamente, si tratti indiscutibilmente di un pezzo di m… .

Tutti noi abbiamo estrema necessità di certezze! E questo assume un aspetto di enorme importanza quando ci si debba porre nella condizione ideale per capire se si possa essere utili, e in che modo, a chi ci chieda supporto, professionale o umano che sia.

Tutto serve naturalmente; non rinnego l’attitudine a lasciare spazio alle percezioni, citando oscar Wilde, “solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”. Ma “dopo” viene un mondo da scoprire, gli attori cambiano in caso si tratti di relazione tra ordinari conoscenti ovvero tra soggetti legati da un rapporto professionale, ma la trama è la medesima: si scostano con garbo e rispetto le fronde a copertura dei reciproci presidi. Per quanto riguarda il piacere di operare in tal senso, voglio evidenziare che, se è vero che è un uomo felice chi riesce a fare del proprio hobby il proprio lavoro, è inconfutabile che la nostra professione si accosti in modo quasi naturale a tale principio; senza passare necessariamente dal gioco del Monopoli agli immobili veri, questa non si può svolgere senza passione e non è una scelta giusta se non dispensa emozioni.

Infine, non volendo preservarvi da un altro richiamo fastidiosamente filosofico, ribadisco, al pari di altri prima di me, che la felicità è sopravvalutata. Il concetto scaturisce e si determina dall’analisi dell’atteggiamento atavico dell’individuo, scioccamente impegnato nella ricerca della stessa. Ecco quindi il controsenso, l’evidenza del quale sta nel seguente postulato: “la felicità è un diritto, quindi non si può conquistare”. E da tale concetto è necessario ripartire. La felicità non è un oggetto pregiato da possedere, non occorre raggiungerla, basta viverla.

Quindi vi invito a viverla, mentre fate il lavoro più bello del Mondo!

A cura di Raoul Sarghini

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